Vino Italia, visione d’insieme per il 2018 da ripensare

 

Vino e impresa: manca una visione d’insieme e una figura unica per dialogare e interagire con le Istituzioni. E’ questa la conclusione alla quale sono giunti i rappresentanti a livello associativo del mondo del vino italiano, più precisamente da UIV, Federdoc, FederviniFivi. I più indicano le questioni spinose subito: la gestione corretta dei fondi europei o la mancanza di alcuni decreti attuativi del Testo Unico del Vino, approvato circa un anno fa.

Sandro Boscaini di Federvini: “Non riusciamo a gestire il settore vinicolo in modo coerente con le attenzioni che riceve”.

Dice: “… Siamo interlocutori frammentati, mentre il vino dovrebbe essere considerato un unicum: sia come voce che parla alle istituzioni nazionali, sia come voce che si rivolge al mercato straniero, per promuovere il vino italiano con immediatezza. (…)
Un’eredità positiva è invece stata l’approvazione del Testo Unico del Vino, andato in applicazione ad inizio 2017, e la legge sull’Enoturismo approvato alla sua fine: due risultati molto positivi, nonostante l’attuale situazione politica (l’approvazione del Testo Unico è stata fra i pochi esempi di voto unanime di questa legislatura!), che lasciano sperare in un cambiamento di rotta nell’approccio al settore vitivinicolo”.

Ernesto Abbona, presidente di UIV, Unione Italiana Vini: “ci portiamo dietro le incertezze di disponibilità delle risorse OCM alle aziende, risorse che non tengono conto delle reali necessità aziendali e delle repentine potenzialità del mercato (come, ad esempio, la rapida svalutazione del dollaro statunitense e l’aumento della concorrenza francese).

Dice: “I piani quinquennali sono poco elastici sia per le loro tempistiche che per la varietà intrinseca al settore vitivinicolo italiano: creano più disparità che sinergia perché fondano su logiche burocratiche e non meritocratiche. E serve più efficienza, anche nella rendicontazione, che ha costi troppo elevati per le aziende. Di positivo, invece, c’è stato il sorriso orgoglioso e ottimista di Stefano Vaccari del Ministero delle Politiche Agricole, che sta portando avanti con caparbietà le nostre istanze in merito alla dematerializzazione dei registri”. 

Riccardo Ricci Curbastro di Federdoc – Confederazione Nazionale dei Consorzi: “il nodo più grosso che ci trasciniamo dal 2017 è l’incapacità di una corretta gestione de fondi europei, sia in termini di OCM, coi suoi ritardi cronici, sia del Regolamento 1144.

Dice: “i 3 milioni andati all’Italia a fronte dei 24/25 milioni alla Spagna e ai 31,5 andati alla Francia, gridano vendetta, e qui paghiamo l’assenza di un Ministro delle Politiche Agricole. La più grande soddisfazione è invece la firma del Ceta, l’accordo con il Canada, che rappresenta un ottimo punto di riferimento futuro per quel che concerne la protezione delle Denominazioni. Un riconoscimento importante che avrà ripercussioni positive anche sugli accordi futuri, come quello del Giappone, conclusosi a novembre. Anche l’approvazione prima di Natale del pacchetto Omnibus grazie allo sforzo di De Castro e del deputato europeo Herbert Dorfman”.

Matilde Poggi di FIVI – Federazione Vignaioli Indipendenti: “nel 2017 non siamo riusciti a delineare, in quanto filiera, una proposta condivisa sull’etichettatura, come ci ha richiesto di fare l’Unione Europea entro marzo 2018: il termine della scadenza è dopo domani e manca l’accordo.

Dice: “Da parte delle istituzioni, invece, stiamo ancora aspettando parte dei decreti attuativi del Testo Unico sul Vino, senza i quali resta lettera morta. Un grande risultato dell’anno passato è stato, invece, riuscire a ridimensionare parte della burocrazia legata ai registri telematici: in particolare essere riusciti ad eliminare l’obbligo di dichiarazione cartacea delle giacenze per le aziende che hanno già sono online.
Nel 2018 potremmo lavorare a creare un regista unico per proporre i vini italiani all’estero nelle manifestazioni internazionali. L’Italia produce vini di qualità e offre una varietà di vitigni autoctoni, che ci rendono unici al mondo. Ma c’è troppo individualismo: saremmo più forti se facessimo fronte comune, non tanto nella quantità, quanto nel valore della produzione (ancora bassa rispetto ai nostri diretti concorrenti francesi).

Ricci Curbastro: “Mi auguro un Ministro delle Politiche Agricole più presente e non diviso fra gli impegni ministeriali e quelli di partito, un giudizio che non attacca minimamente l’intelligenza e la preparazione dell’attuale Ministro, che stimo. Ma semplicemente due lavori che richiedono presenza costante sono troppi per tutti“.

Ernesto Abbona: “Le frodi e i falsi oggi avvengono più all’estero che in Italia. Deve intervenire l’Unione Europea che però dedica maggiore attenzione a tutelare altri prodotti (come quelli informatici), rispetto a quelli alimentari. Nel caso del vino si danneggiano marchi collettivi, quindi sono i Consorzi o lo Stato, o appunto l’Ue, che devono intervenire per tutelare il settore. Questo serve nel 2018: più tutela, perché la promozione deve avvenire a livello aziendale. (…) Gli accordi bilaterali sono il futuro. Serve finalmente un mandato politico preciso e costante che crei presupposti definiti e positivi capaci di creare valore. Questo è il mio auspicio per i prossimi anni per tutto il Paese, che si rifletterebbe anche sul settore vitivinicolo”. 

Sandro Boscaini: “(…) fra i grandi e pesanti mattoni da posare abbiamo sicuramente la Nuova Politica Agricola Comune dell’Unione Europea che partirà dal 2020. L’Italia in generale, e nel particolare anche il settore vitivinicolo, è cresciuta molto grazie all’Europa: non dobbiamo dimenticarlo, oggi, che si stanno mettendo in discussione le fondamenta della Comunità”.

Dunque, ottimi propositi per il 2018.

Fonte: Winenews.it

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