La Malvasia delle Lipari e i papà della versione “secca” / work in progress

Non che sia importante stabilire la primogenitura di una particolare versione o interpretazione di un vino, per me lo è in minima parte; anzi, trovo decisamente più interessante leggere nel bicchiere la firma del vigneron e seguirne l’evoluzione nel tempo.

 

Sulla interpretazione della Malvasia “secca” vi confesso di aver avuto non poche difficoltà, soprattutto nella ricostruzione di tempi e date. Va premesso che la Malvasia delle Lipari ha avuto storicamente massima espressione nella versione passita/dolce naturale, e solo recentemente – così come è avvenuto per il moscato giallo (o zibibbo) di Pantelleria – ha trovato la via della tavola.

In generale, per disciplinare, il vino Malvasia delle Lipari Doc “deve essere ottenuto dalle uve provenienti dai vigneti composti dai vitigni nella proporzione indicata a fianco di ciascuno di essi: Malvasia di Lipari massimo del 95%, Corinto nero dal 5 all’8%“.

Oggi sappiamo che tra i primi ad esplorare la fattibilità di una Malvasia secca – cosa tutt’altro che semplice a causa delle peculiarità del vitigno – ci sono Enrico Virgona, Antonino Caravaglio e Salvatore D’Amico. Intuiamo anche che i risultati sono incredibili ma che ci troviamo, per quanto stimolanti, ancora agli inizi del percorso.

Il primo al quale abbiamo chiesto della versione da pasto è Nino Caravaglio, produttore in Malfa/Salina: la sua “Infatata” riporta la vendemmia 2009, da uve malvasia in purezza. Provengono dal vigneto di Tricoli, un Cru aziendale (appunto a forma di triangolo) esposto a nord. L’Infatata è oggi tra quei vini che, grazie ad un ammirevole e chiaro rigore espressivo, trova nella stampa e nella critica un riscontro assai lusinghiero e che condividiamo. Curioso e attento, la sua ricerca personale si va oggi spostando verso macerazioni e affinamenti in legno.

Alla chiacchiera con Nino è seguita quella con Salvatore D’Amico, produttore in Leni/Salina, uno tra i produttori più identitari e rispettosi delle Eolie. Tutta la sua produzione, supportata dai Vigneri di Salvo Foti, è permeata da una personalità  a dir poco immensa, a tal punto da essere considerata da alcuni un unicum più-che-eoliano. Basta dare uno sguardo alle vigne per accorgersi del livello di cura e ricerca. Passando alla produzione, i vini di Salvatore non hanno alcuna paura nel mostrarsi quello che sono, fedeli all’annata, al terroir e alla vita che la vigna cela. In altre parole, si pone nell’ottica del custode. Il suo vino è il “Léne” e porta in etichetta il millesimo 2007; l’uvaggio è malvasia delle Lipari 90% e altre uve autoctone al 10%.

La nostra ricerca è infine approdata a Daniela Virgona e Calogero Marino. Calogero mi ricorda che Enrico Virgona, papà di Daniela (i vigneti sono in Malfa), è stato tra i primissimi a sondare questa possibilità, da alcuni invece non condivisa o persino criticata. Siamo tra il 2005 e il 2006 e la prima etichetta secca è il Salina Bianco. Uvaggio: 90% Malvasia, 5% Catarratto Lucido e 5% Inzolia. E’ un vino giocato sulla leggerezza e sulla freschezza, un vino immediato. Il contributo degli altri due vitigni sulla malvasia si rende necessario proprio per dare linearità e asciuttezza al vino, cosa che diversamente accadrebbe proprio per le caratteristiche intrinseche del vitigno Malvasia.

In conclusione, siamo sicuri di non avere affrontato con completezza l’argomento. Chiunque voglia segnalare o dare un contributo per definire i primi passi di un vino che sta vivendo una grande rinascita può scriverci in redazione: info@wineinsicily.com

FP

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